Commento all'articolo di M. Bettini apparso su La Repubblica il 10/06/2019

Frazer, l'esploratore di miti che fece innamorare Freud

di Pasquale Pisseri

Il testo di Frazer  costituisce tuttora una importante “banca dati” per chiunque si occupi del mito e dei suoi collegamenti e implicazioni: è un vasto elenco di narrazioni e cerimoniali, patrimonio delle più svariate culture.

La sua ottica è schiettamente positivistica: non si astiene dal definire “selvagge” certe popolazioni, e vede gli approcci  alla conoscenza come ordinati in un progresso migliorativo che va dalla magia alla religione e infine a quella forma suprema che è la ragione scientifica.  

La magia attribuisce all’uomo la capacità di interloquire con le cose, un po’ come fossero animate,  e di dominarle utilizzando arcane corrispondenze, secondo due fondamentali modalità: la magia “simpatica”, o per somiglianza, per cui si può agire su qualcosa, vivente o meno, tramite qualcosa che le rassomiglia o su una sua immagine; e la magia per vicinanza, per cui il contatto fra due oggetti trasmette all’uno le caratteristiche dell’altro.   

Il passo successivo sarebbe per Frazer l’esperienza  religiosa, in cui il confronto non è più con forze impersonali  ma con esseri antropomorfi, simili a noi perfino nelle debolezze ma dotati di poteri maggiori pur se non illimitati: solo in successivi  sviluppi storici sono divenuti immortali.   E’ suggestivo cogliere i rimandi fra le mitologie  di fedi remote ed elementi del credo cristiano: la crocifissione ci rimanda a Odino – Wotan “re degli impiccati” perché a lungo appeso a un frassino;  o ad Artemide che veniva appesa in effigie. E ritornano più volte il tema del capro espiatorio, che assume su di sé ogni male; quello della divinità che si incarna in un essere umano; quello dell’uccisione del re divino o di suo figlio.   

Infine la ragione, culmine della capacità conoscitiva, nell’ottica ancora ottocentesca di Frazer  non solo è superiore agli approcci che l’hanno preceduta ma è abilitata a studiarli e valutarli. Non a caso, anche se ci parla di residui tuttora persistenti degli antichi miti, egli non si addentra in quella antropologia dell’attuale che si è poi così sviluppata, come ad esempio nell’opera di Roland Barthes “Miti d’oggi”.    

La nostra visione oggi è diversa da quella di Frazer, ma si è sviluppata anche grazie all’imponente messe di dati che egli ha raccolto da tanti viaggiatori, senza  viaggiare personalmente più di tanto.  Freud gli riconosce il proprio debito, ma ancor più cospicuo è quello di Jung – anche lui contemporaneo – che anche dal ripetersi di tematiche simili in mitologie di  popolazioni diverse  e magari geograficamente lontane ha tratto spunto per il concetto di archetipo. 

Si è giunti a una concezione meno gerarchizzata delle forme di conoscenza. Corrao anni fa scriveva, in “Modelli psicanalitici – mito – passione – memoria”, che funzione principale del mito è quella di fornire una forma discorsiva e narrativa per una verità che non può essere detta  e trasmessa attraverso una enunciazione diretta,  anche perchè  il mito esprime l’ambiguità di ogni procedimento conoscitivo. Mentre nella scienza il rapporto fra parti e tutto è ben definito (o lo era? nella fisica delle particelle è così?) nel mito ogni parte contiene il tutto e lo riproduce.  Fra l’altro, nei frattali accade proprio questo.    

L’ambiguità è colta anche da Eraclito: “il signore cui appartiene l’oracolo che sta a Delfi non dice né nasconde, ma accenna”.  E su Delfi  Platone, pur padre del nostro pensiero razionale, afferma che è nello stato di follia che le profetesse rendono preziosi servigi.  Edipo, questo eroe della curiosità e della ricerca, deve penetrare l’enigma della Sfinge: qual è l’animale che prima cammina su quattro gambe, poi su due e infine su tre?  Lo può risolvere perché il quesito parla di lui stesso: la verità sta in noi. E’ anche questo che ci fa pensare al procedimento analitico, ma non solo questo.  Se la Sfinge offre e nasconde, ci riporta alla mente il concetto Meltzeriano di conflitto estetico: piacere nella visione e contatto col seno, ma desiderio frustrato di andare oltre, più addentro. Infine, tutto ciò riporta al problema della verità psicanalitica,  del senso della interpretazione, della narrazione, della mitopoiesi. 

Proclo, filosofo bizantino del V secolo, ci parla  di un mito dionisiaco: Efesto fece uno specchio a Dioniso e il Dio guardandosi dentro e contemplando la propria immagine si gettò a creare tutta la pluralità del mondo. Commenta Corrao: nel molteplice si trova dunque rispecchiata l’unità del medesimo.  Il registro simbolico può animare risonanze affettive, e dunque non è casuale che il Dio qui protagonista non sia Apollo ma Dioniso: la cui caratteristica, per Vernant, è anche quella di confondere illusorio e reale, sotto la spinta del desiderio. Non si può non pensare anche al momento unificante lacaniano: la fase dello specchio.   

Credo che Frazer non immaginasse tutti questi sviluppi: ma la sua impegnatissima e fattiva curiosità ha contribuito a fornire il materiale che li ha favoriti.