Commento all'articolo di E. Franzini apparso su La Repubblica il 06/10/2018

E' la legge del desiderio a farci amare la creatività

di Pasquale Pisseri

Elio Franzini riprende il tema del desiderio, tanto dissodato dalla scuola francese e  in primo luogo dal Lacan del seminario “Le desir et son interpretation” e in tante altre opere. 

 

Celebri le  frasi: “Il desiderio trova il suo senso nel desiderio dell’altro”; “Desiderio: funzione centrale di ogni esperienza umana”; “L’unica cosa di cui si possa esser colpevoli è l’aver ceduto sul proprio desiderio”. Viene in mente, beninteso in tutt’altra ottica ed epoca, Oscar Wilde: “Lo spreco della vita si trova nell’amore che non si è saputo dare”. E: “posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni”.    

Franzini sviluppa una  visione critica. Sembra ritenere che la psicanalisi, malgrado le apparenze, abbia in qualche modo “indebolito” il desiderio, “sciogliendolo” nell’inconscio, nelle pulsioni dell’Es; pensa che in questo modo si sia dimenticato il suo ruolo nella formazione del soggetto e dello stesso pensiero. Cita Deleuze e Guattari, per criticarli: essi - pur affermando che il desiderio è realtà e produce realtà – avrebbero ridotto le persone a “macchine desideranti”, entità e attività in qualche modo prive di scopo e di senso.  Suggerisce di recuperare la consapevolezza della possibilità formative del desiderio, del suo ruolo in un percorso di costruzione del senso e nella creatività anche artistica, del suo intrinseco confrontarsi con la materia, con il costruire. 

Non posso pretendere di prendere posizione fra queste differenti visioni:  ma trovo stimolante annotare che Franzini riprende in qualche modo il discorso di Platone, il Platone del Simposio. Per Diotima, personaggio centrale dell’opera che per una volta toglie la ribalta a Socrate, la forza del desiderio nasce dalla nostra fondamentale aspirazione all’immortalità, conseguita lasciando  succederci  un pezzo di noi che ci sopravviva. Questo, con la massima evidenza  nella spinta alla riproduzione alimentata dall’eros. Il tema viene ripreso ai nostri giorni da Bion (citato da Conforto), che parla di una spinta ad esistere, che induce i genitori a far nascere, benchè ciò non alimenti vantaggi quanto alla sopravvivenza personale. Aggiungerei che forse è il gene che “vuole” sopravvivere, e ci riesce.   

La spinta all’immortalità – prosegue Diotima – si concreta pure nel nostro costante rinnovarci: l’individuo “è sempre detto lo stesso per quanto non conservi mai in sé le medesime cose, ma si rinnovi di continuo, perdendo sempre qualcosa di sé, nei capelli, nella carne, nelle ossa, nel sangue e in tutto il corpo. E non solo nel corpo ma anche nell’anima: modi, consuetudini, pareri, desideri, piaceri, dolori, timori, ognuna di queste cose non rimane mai la stessa nello stesso individuo, ma una nasce e l’altra perisce”; continuamente moriamo ma ci facciamo sostituire da un altro me stesso. Questa dialettica fra morte e immortalità è attivata dal desiderio,  che ci spinge a rinnovarci, costruendoci continuamente.    

Ma non è meno importante notare che anche la creatività artistica (e, perché no, scientifica)  è garanzia di una forma di sopravvivenza. E’ tornando a Platone, volutamente o meno, che  Franzini asserisce: “la costruzione artistica come emblema di un percorso formativo mostra invece il desiderio in un’opera concreta”. Certo   la creazione – alimentata dal desiderio - è anche ricerca di gloria perenne e dunque contrasto alla morte, tanto che parliamo di opere immortali.  

Il rapporto fra creatività ed eros è stato ripreso secoli dopo Platone da Sigmund Freud, con il concetto di sublimazione. Ha scritto che le opere geniali di Leonardo sono il frutto della rinuncia a mete sessuali, con transito verso il desiderio di ricerca. Ma la sua posizione non è stata, né lo poteva essere, quella della Diotima platonica: lo stesso termine sublimazione, con l’esplicito richiamo al “sublime” dei primi romantici, implica un giudizio di valore, tutto a favore di una creatività desessualizzata, e assente nel mondo greco dove attività di pensiero e piacere sessuale non sono affatto da separare, tanto che il loro incontro si realizza nel rapporto omosessuale fra il maturo “amante” e il giovinetto “amato”, non privo di una dimensione culturale ed educativa. Fra le due diverse posizioni si è interposto il cristianesimo con la sua diffidenza verso il sesso, incarnata con decisione da Paolo di Tarso: ciò, anche se ( o forse proprio perché) ci sono importanti convergenze e somiglianze fra l’esperienza religiosa e quella erotica: basta leggere qualche mistico. 

Due posizioni non identiche dunque, e  la differenza fra le due è stata plasticamente espressa da Green (devo la citazione a Valdrè) che parla di una fondamentale ambiguità della sublimazione: questa da una parte appare come un destino della pulsione sessuale, una forma epurata che ha il proprio posto tra altri destini possibili, ma che resta nel patrimonio di Eros: dall’altra, essa ne è la controparte avversa.  

Ancora Conforto, nella sua recensione a “Sulla sublimazione” di Rossella Valdrè, cita Ambrosiano e Gaburri: quando avverte la spinta impersonale della pulsione, l’individuo può……accoglierla…. Si impegnerà a trasformare la spinta in motivazioni personali, avviando così la vita psichica… la sublimazione sarebbe una trasformazione della sessualità da godimento dell’oggetto a desiderio di conoscenza. Conforto ribadisce: la sublimazione consente che si possa utilizzare la sua energia per progetti altri, che ricercano fini diversi, arte, pensiero, creatività.   

Forse ciò è possibile anche perché conoscenza ed eros hanno una robusta radice comune, come ci mostra la Bibbia: “egli la conobbe” significa incontro sessuale, ovviamente in ottica maschilista: egli conosce, lei viene conosciuta. E nel conflitto estetico delineato da Donald Meltzer il  piacere immediato dell’incontro col seno si coniuga con l’ altrettanto immediato desiderio  di saperne di più.  

Anche i concetti, rispettivamente kleiniano e lacaniano, di  Pulsione epistemofilica e di pulsione scopica ci riportano all’importanza del desiderio nello sviluppo della conoscenza: semplificando all’estremo, non può esserci conoscenza senza desiderio di conoscere.

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