Joker tra abuso e follia 

di Claudia Crispolti

Non importa che sappiate chi è Joker e nemmeno che sappiate chi è Batman.

Un po’ come me, che sono andata al cinema senza sapere un accidenti di niente né su uno ne sull’altro. Ciò che importa è fare i conti con quel nucleo di dolore e follia che alberga in Joker e in ognuno di noi.

Joker è il figlio reietto, dimenticato, abbandonato, molestato, abusato. Eppure non chiede niente, soltanto ‘un dannato abbraccio , un po’ di calore, perché che avete tutti!’ lui è la parte di noi dimenticata e cancellata per pulirci la faccia e apparire decenti e sorridenti al lavoro, con i figli, con le mamme.. ‘non dimenticarti di sorridere’ recita un cartello dove lavorano dei clown e dove lavora anche lui.

‘Happy ‘ lo chiamava la mamma , cioè felice. Perché Joker ride insensatamente e per tutto il tempo ti mette a disagio, ma non ride perché è felice , no, ride perché ha un disturbo neurologico. Eppure non chiede nulla, continua a non chiedere nulla.

È solo, con una madre che gli ha rovinato la vita e che premurosamente accudisce al limite dell’incesto. È povero, è bullizzato, non è nemmeno bello per come i bianchi occidentali intendono il bello. Eppure lui continua ad aderire al copione che gli è stato appiccicato addosso con tutta la violenza del mondo : il copione del Clown, del comico , che DEVE ridere e far ridere . E cerca di farlo bene, se non fosse che ogni tanto quel nucleo di dolore che è tutt’altro che robetta felice, gli scappa dalla bocca con quel riso singhiozzato a casaccio fino a soffocare.

E questo, questo è il sintomo : quello che si affaccia nonostante il maledetto copione che abbiamo dovuto ingoiare a forza e farcelo piacere, finché non arriva lui , il fottuto sintomo. Prima prova ad estirparlo , con 7 diversi tipi di psicofarmaci , con una terapia, essendo ancora più fintamente buono, zitto, contento… e perché? Perché è convinto di avere qualcosa che non va, chiaro, di essere lui lo strano, lo scemo, il pazzo e come tutti quelli che sono cosi, come tutte le volte che anche noi ci mascheriamo da felici e contenti , dentro sappiamo che siamo depressi , schifosamente soli, e forse anche pazzi.

E ad un tratto arriva una sorta di svolta. Joker capisce che tutta quella miseria, quella stranezza e quel “non sapere neanche di esistere “, non è lì a caso solo perché lui è sfigato.

No, tutto quel nugolo di disperazione e ferite lacerate, hanno un quando , un come e un perché. Hanno un cazzo di motivo di essere lì. E da lì , da lì inizia una liberazione. Una liberazione che e ‘ un’ottava discendente, perché come avrebbe profetizzato il miglior trattato di psichiatria , egli decide di passare dalla parte dell’abusatore. E da li non è più lui a tremare non più lui quello spaventato.

Non è più lui quello picchiato e legato al termosifone all’età di 3 anni. Non è lui la vittima tremolante e impaurita. Questa storia parla di abuso . E solo chi è stato invaso costantemente dall'angoscia di un abuso può sapere di che stiamo parlando.

Gli altri non possono nemmeno immaginarlo. Questo è un film sul dolore che parla soltanto a chi ha sofferto. E parla di un dolore che sibila , striscia, bussa, si affaccia e poi esplode.

La liberazione di Joker è illusoria, irreale , ma dentro la sua mente egli danza e si solleva da terra ogni volta che un proiettile parte dalla sua fondina per far fuori tutti i suoi carnefici.

E noi godiamo con lui, siamo contenti che stermini tutti quelli che andavano sterminati. Soffriamo con lui tutto il tempo, e per tutto il tempo stiamo accigliati e con le mani strette sapendo che da un secondo all’altro lui dirà o farà una cazzata. Il suo ridere ci agghiaccia, la sua tristezza ci trafigge, il suo frigo vuoto ci costringe a guardare il nostro vuoto e le nostre notti a sentire il cuore che ci pulsa nelle orecchie.

Per la legge del pendolo, Joker, nato buono, ma sfracellatosi nella sua bontà, passa dalla parte del cattivo.

Sono due facce della stessa maschera. Condannati ad una felicità che ci punta ogni minuto la pistola alla testa, passiamo da una maschera all’altra senza mai trovare pace, senza mai sciogliere davvero il nostro vero sé, intrappolato e legato ad un termosifone dentro una stanza puzzolente e invasa da ratti giganti. E cosi in un mondo gelido , sporco e senza abbracci, noi facciamo del nostro meglio.

Facciamo quel che possiamo per non farci fagocitare dalla nostra voragine di dolore.