TRUMP E MISTIFICAZIONE DELLA COMUNICAZIONE 

di Pasquale Pisseri

Nulla di nuovo sulla personalità di Trump e sui valori che lo ispirano, nel video giunto adesso alla pubblica attenzione ma a quanto pare registrato anni fa.

Egli  aveva già parlato: del fisico sensuale di sua figlia Ivanka, dicendo che se non fosse stata sua figlia le avrebbe chiesto un appuntamento; del sesso durante le mestruazioni; della  non appetibilità di donne oltre i 35. Nel video-scandalo ha detto di come ha cercato di fottere (letterale) una donna sposata, di come è attratto dalle belle donne e cerca subito di baciarle, di come essendo una celebrità può fare quel che vuole, palparle, acchiapparle per la fica (letterale).

 

Non mi interessa insistere sullo squallore di queste esternazioni, ma piuttosto sul loro senso ed effetto comunicativo: in che misura possano nuocere all’esternatore (come spera chi gli brandisce contro, in fase preelettorale) e quanto, al contrario, gli giovino nel rapporto con un elettorato inquieto e frustrato; quanto siano espressione spontanea e quanto costruite in funzione di una presunta utilità. 

 

Gli USA hanno probabilmente toccato il vertice della loro potenza con la fine della guerra fredda, quando sono rimasti l’unica superpotenza. Qualcuno, come Fukushima, si era spinto a parlare di fine della storia: pensava (con una sorta di inconsapevole ritorno alla hegeliana “sintesi finale”) che fosse definitivo il trionfo del capitalismo e della nazione che meglio lo incarnava. Bush aveva creduto nella possibilità di dominare a piacere Stati indipendenti deponendone i governanti, al caso con le armi.

 

Questa illusione è caduta: gli Stati Uniti reggono con sempre maggior difficoltà la concorrenza di altri Stati; per affrontare il problema energetico devono aggredire, con il fracking, il proprio territorio; possono mantenere una supremazia militare solo indebitandosi; la Russia è ridiventato un rivale significativo; nel Medio Oriente non si sa dove mettere le mani; la frangia militare dell’Islam è una minaccia costante quanto inafferrabile. La gente ha paura, e il populismo fa breccia rivolgendosi alle risposte più istintive e primitive, alla fantasia che basterebbe essere più duri per risolvere tutto. E’ immediato il rapporto fra ciò e il successo di certi appelli di Trump contro gli immigrati messicani che vengono indebitamente a condividere e compromettere il “nostro” benessere, e contro la minaccia islamica di un ulteriore cambiamento degli equilibri di potere.

 

Più indiretto il collegamento con il successo – non totale ma significativo – del porno-maschilismo trumpiano. Aiuta a capirlo il leggersi una serie di messaggi inviati da comuni cittadini statunitensi in una sorta di forum on line:

Trump è un uomo vero!

Hillary combatte per i donatori che sostengono la sua campagna; Trump combatte per voi!

E’ sotto attacco dalla sinistra e anche dai repubblicani: ciò puzza di qualcosa di coordinato.

L’America è stufa di questa elite politica; questa non apprezza la scelta apocalittica che l’America affronta l’8 Novembre.   

Hillary è disperata, non può vincere sulle cose concrete e ricorre a questo.

Trump dice ciò che tanti uomini dicono in privato sulle donne grasse.

 

Ecco dunque in azione la ricetta del populismo: “Io sono proprio come voi. Sono uno di voi, anche in quei difetti che una elite con la puzza sotto il naso ci rimprovera!” Ricetta analoga a quella berlusconiana che ben ricordiamo (anche Trump è o è stato un produttore TV). Narcisista: molti suoi edifici portano il suo nome (ricordo la Trump Tower a Manhattan, che contiene all’interno una vera e non piccola cascata); eppure i suoi supporters si sentono in qualche modo partecipi del suo approccio grintoso che gli ha dato il successo.

 

Un altro filone di commenti  accusa di ipocrisia e incoerenza chi si scandalizza:

Se le donne sono così offese dalle rudi parole di Trump, chi è che ha comprato 80 milioni di copie di “Cinquanta sfumature  di grigio” (romanzo erotico)?

Hillary chiama le osservazioni di Trump “orrende”, ma vive con uno stupratore (Bill Clinton è stato di ciò accusato, senza chiare prove).

 E allora la gente che approva bagni comuni fra ragazzi e ragazze?

 

E’ evidente che questi commenti mostrano una totale incomprensione del problema: non si tratta di esser puritani, ma di stigmatizzare un atteggiamento che pone il maschio bianco, WASP (white, anglo-saxon, protestant) in posizione dominante rispetto alle donne (come, del resto, rispetto ai messicani): oggetti da usare quando servono, ma fondamentalmente da disprezzare.

 

Quali i riflessi di questo atteggiamento sulle fortune politiche di chi lo esprime? I leader  politici dovrebbero esser qualcosa di meglio della media dei loro rappresentati; ma può aver successo, invece, il mostrare che si condividono con loro certi aspetti deteriori. In questo caso, pare poi  funzionare una ingenua equazione: se sono duro con le donne, saprò essere duro anche con i rivali della nostra nazione. Sono un vero uomo!  E sono dei vostri, con voi contro “loro” (i “poteri forti?”). Così si è espresso: “giornali ed establishment mi vogliono fuori gara; ma io non abbandonerò mai i miei supporters”. Abbiamo un esempio italiano di questo tipo di seduzione: la trasmissione TV accortamente denominata “Dalla vostra parte”.

 

Il messaggio di Trump riesce a far dimenticare a molti la sua posizione di privilegio sociale realizzata anche, a quanto pare, evadendo le imposte. Anche questa sembra non gli nuoccia affatto in una certa fascia di elettorato che verosimilmente ne ammira la furberia e che, potendo, lo imiterebbe: il populista ricco ed esperto  riesce a far dimenticare che, se lui non paga le tasse, qualcun altro ne pagherà di più; e anzi, che se uno è molto ricco qualcun altro deve essere  povero.

 

Questo meccanismo non funziona  con tutti, leggiamo anche messaggi contro Trump: 

 “Lui parla forte e porta un piccolo bastone (colta e ironica contrapposizione all’antico suggerimento di Theodor Roosevelt “parlate piano e portate un grosso bastone)”.  Oppure:  “Perché Trump attaccherebbe un sistema costruito per lui? Perché dovrebbe?”

 

Può essere utile leggere quanto accade con riferimento alla teorizzazione di Habermas su quelli che chiama “agire comunicativo” e “agire strategico” come aspetti del discorso. Il primo ha come finalità una intesa da raggiungere attraverso il linguaggio, nel rispetto di certi parametri universali di validità di base delle proposizioni e di una aspirazione alla verità; il secondo ha per fine l’autoaffermazione, il successo e il potere.  E’ evidente che nei messaggi che fanno parte di un confronto  politico l’agire strategico ha sempre un ruolo di grosso rilievo, ma è augurabile che la dimensione comunicativa  non sia ridotta a niente o quasi. E’ ciò che sembra accadere nelle esternazioni di Trump.   

 

Queste sono una ulteriore occasione per riflettere sul senso della democrazia, sul rapporto fra popolo “sovrano”, elites, governanti: su quanto questi vogliano e possano esercitare una funzione di guida e in qualche modo pedagogica e quanto invece trovino più utile parlare alla “pancia” della collettività per ricavarne vantaggi immediati. Certamente per Trump questo gioco ha funzionato in buona  misura, portandolo alla candidatura. Ora i dirigenti del suo partito prendono le distanze, ma probabilmente ha ancora una buona base elettorale. Vedremo…